Didattica e apprendimento motorio nel nuoto

Istruttore in acqua con due allieve

(di Stefano Tiozzi)
Oggi parliamo di didattica. Premetto che non starò a distribuire formulette magiche per insegnare ai vostri bambini, ma mi limiterò a trattare l’argomento in modo generale e teorico da un punto di vista metodologico.La didattica potrebbe venire definita come la strategia utilizzata per trasmettere informazioni utili all’apprendimento di nuove cose.

Nel caso dell’apprendimento motorio si tratta di come formare nuove abilità per ampliare il nostro “schema motorio” (l’insieme delle abilità motorie a nostra disposizione), partendo dalle abilità già acquisite e dallo sviluppo di una serie di requisiti di carattere generale chiamati “capacità motorie” (che determinano quello che siamo potenzialmente in grado di fare e di imparare) organizzando la proposta di nuove esperienze motorie (esercitazioni). Ma prima di ragionare su come impostare una efficace strategia didattica, occorre capire per grandi linee quali sono i meccanismi dell’apprendimento motorio (perchè alla fin fine è direttamente con loro che ogni metodo didattico deve fare i conti) e i requisiti intrinsechi e personali che ne determinano l’efficacia.

La prima cosa da tenere presente è il fatto che ogni volta che il nostro corpo esegue un’azione essa è il risultato di un processo che comincia con una programmazione gestita dal sistema nervoso, e termina con l’esecuzione pratica a carico del sistema muscolo-scheletrico.

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In un’area del nostro cervello viene dapprima progettato il gesto da compiere costruendo una immagine motoria,una sorta di disegno di ciò che si deve eseguire, che il sistema nervoso cerca poi di riprodurre organizzando nel modo ottimale il lavoro sinergico dei vari segmenti corporei nel giusto ordine cronologico, dopodichè manda gli impulsi giusti al momento giusto alle unità motorie interessate e l’azione viene concretamente compiuta.

Se il gesto è eseguito molto frequentemente, dunque automatizzato e stabile,la fase progettuale sarà altamente specializzata e standardizzata, nonchè rapidissima ed efficiente. Se invece si tratta di qualcosa di nuova acquisizione e mai prima eseguito, il sistema nervoso dovrà prima cercare di costruire una immagine motoria adeguata sulla base delle informazioni in suo possesso, poi cercherà di progettarne l’attuazione in un modo forzatamente esplorativo e approssimativo, di conseguenza l’esecuzione sarà probabilmente poco efficace.

Però ogni ripetizione del compito genera un ritorno di informazioni (feedback) circa la percentuale di approssimazione tra il compito richiesto e quello effettivamente eseguito,generando esperienza e nuove informazioni (sbagliando si impara), le quali poi verranno prese in considerazione nella fase di progettazione del tentativo successivo,e così via per ogni ripetizione successiva rendendo via via più efficace il gesto. A lungo andare questo stimola una risposta adattativa del sistema nervoso,il quale provvederà a costruire nuove unità motorie (l’insieme formato da una fibra nervosa e dalle cellule muscolari direttamente controllate da essa) al fine di meglio rispondere alle richieste,aumentando la probabilità di esecuzione di compiti sempre più difficili e con un maggiore grado di organizzazione e di finezza. In parole povere, le cellule di un singolo muscolo verranno suddivise tra un maggiore numero di fibre nervose deputate al loro controllo,in gruppetti più piccoli,rendendo possibile organizzarne il lavoro in compiti più complessi e di precisione più fine. Immaginate una marionetta, se ha pochi fili farà poche cose,se ne ha molti potrà fare di tutto;aumentare il numero di unità motorie ottiene lo stesso effetto.

E’ sulla base di queste considerazioni che viene comunemente adottato il sistema delle ripetizioni e che sono stati formulati i postulati didattici fondamentali cui dovrebbe attenersi quasiasi personale metodo didattico e di cui parlerò più avanti.

Ciò che determina la velocità e l’efficacia della risposta adattativa a livello nervoso,e una soddisfacente risposta sul compito motorio una ripetizione dopo l’altra,sono le CAPACITA’ MOTORIE:

  1. Efficienza articolare (muscolo-scheletrico);
  2. capacità condizionali (metabolismo);
  3. capacità coordinative (sistema nervoso).

Si tratta di una serie di requisiti di carattere generale presenti in modo diverso in ognuno di noi e che possono venire sviluppati se opportunamente stimolati,ma fortemente legati a età e predisposizioni naturali,e che presi nel loro insieme definiscono ciò che siamo potenzialmente in grado di fare.

(Ricordo che invece le Abilità Motorie rappresentano ciò che siamo effettivamente in grado di fare,cioè il nostro attuale patrimonio motorio concretamente acquisito).

Esse si dividono in coordinative o condizionali a seconda che derivino principalmente dal sistema nervoso o invece dal metabolismo (insieme dei processi fisiologici deputati alla produzione e trasporto dell’energia [catabolismo] e allo sviluppo o la ricostituzione dei tessuti o altre infrastutture necessarie al suo utilizzo [anabolismo]).

In realtà tale origine non è netta e si verifica sempre una sinergia tra il sistema nervoso e quello metabolico (i quali poi determinano le potenzialità del sistema muscolo-scheletrico),nonostante ciò possiamo suddividere e classificare le capacità motorie almeno in via puramente teorica.

Quelle che originano principalmente dal sistema nervoso sono quelle coordinative (e sono determinate per esempio dalla disponibilità di questo o quell’altro enzima o dalle rispettive velocità di produzione o dall’efficienza intrinseca di alcuni processi fisiologici etc. etc.) e si possono ulteriormente suddividere in generali e speciali :

Capacità coordinative Generali:

  1. capacità di controllo;
  2. capacità di apprendimento;
  3. capacità di trasformazione.

Capacità coordinative Speciali:

  1. accoppiamento o combinazione dei movimenti;
  2. differenziazione cinestesica:
  3. equilibrio;
  4. orientamento;
  5. ritmo;
  6. reazione;
  7. adattamento.

Questa è solo la classificazione più semplice,ce ne sono altre più complesse ma non è necessario inoltrarci nel difficile. Invece quelle prettamente metaboliche sono le capacità condizionali:

  1. forza;
  2. velocità;
  3. resistenza.

La forza è la capacità di vincere una resistenza (intesa nel senso di impedimento,peso,ostacolo). La resistenza è la capacità di durare nel tempo in esercitazioni di forza. La velocità è la capacità di organizzare rapidamente un compito motorio,si tratta dunque di una capacità che si colloca a metà strada tra le capacità condizionali e quelle coordinative. Infine posssiamo classificare i differenti sistemi di impegno del metabolismo,cioè della produzione e del trasporto di energia:

Soglia aerobica, resistenza aerobica, soglia anaerobica, Vo2max (Potenza aerobica) ,resistenza alla forza, forza esplosiva, picco di lattato, forza rapida, resistenza alla velocità. Anche qui si potrebbe discriminare ulteriormente ma questo è un argomento da sviscerare separatamente in un’altra occasione perchè quelle che ci interessano maggiormente (ma non in via esclusiva) ai fini dell’apprendimento motorio sono naturalmente le capacità coordinative. Ora che abbiamo definito i presupposti del movimento (e dell’apprendimento motorio) si può tornare a parlare di didattica e dei suoi postulati fondamentali.

Dicevo che il metodo universalmente riconosciuto come il più efficace per l’apprendimento motorio è quello delle ripetizioni: cioè ripetere più e più volte una determinata esercitazione in modo che il feedback di informazioni si arricchisca una ripetizione dopo l’altra e determini un progressivo affinamento dell’esecuzione in base al concetto che sbagliando si impara,nel senso che le discrepanze tra le diverse esecuzioni motorie determinano un confronto tra le ripetizioni precedenti,creando informazioni cinestesiche e costruendo “esperienza”,il cui sviluppo influisce sulle capacità coordinative stesse,sviluppandole e aumentando progressivamente le probabilità di successo. Appare chiaro dunque come in caso di un troppo marcato deficit di resistenza o di forza generale ci sarebbe una seria limitazione della possibilità di eseguire un numero adeguato di ripetizioni nel caso di esercizi di una certa difficoltà. Per questo motivo bisogna avere un occhio anche sullo sviluppo di un requisito condizionale degli allievi,ma in fase di apprendimento non è necessario spaccarsi la testa costruendo allenamenti a tale scopo,e di solito è sufficiente fare in modo che gli allievi non stiano fermi troppo a lungo a prendere freddo.

Tra i vari parametri che definiscono un metodo didattico,alcuni sono irrinunciabili (postulati) e derivano dalle considerazioni fisiologiche sull’apprendimento motorio esposte in precedenza.

  1. Il primo postulato è la soggettiva eseguibilità della proposta (da parte del singolo allievo);
  2. il secondo è la progressività marginale crescente della difficoltà degli esercizi;
  3. il terzo è la diversificazione delle esercitazioni per evitare la loro stabilizzazione precoce e mantenere alta la valenza coordinativa.

Le richieste eccessive infatti generano come unico feedback la frustrazione del fallimento,quelle poco incisive invece generano zero feedback perchè si tratta di qualcosa che si sa già fare,e come abbiamo visto se non c’è feedback non c’è stimolo,dunque non c’è esperienza nè reazione adattativa (coordinativa) quindi non c’è apprendimento. Perciò la prima cosa da fare è valutare la situazione attuale dell’allievo,e cosa sia effettivamente in grado di sperimentare sulla base dei suoi requisiti di partenza (lettura dell’allievo). Dopodichè occorre stabilire una progressione di esercitazioni che risulti in ordine crescente di difficoltà in modo che ogni volta l’allievo si ritrovi a dover compiere qualcosa di leggermente più difficile di quello che ha già imparato a fare,in modo da sperimentare situazioni che abbiano sempre buone probabilità di successo ma con un pò di impegno (programmazione e progressione didattica).

Mano a mano che le nuove abilità vengono acquisite occorre variarle e diversificarle in modo che la loro ripetizione non divenga alla lunga priva di feedback,cosa che innescherebbe il meccanismo dell’abitudine e della standardizzazione del gesto,stabilizzandolo precocemente e svuotandolo di ogni potenziale coordinativo. Questa cosa sarebbe molto adatta nel caso io ricercassi la specializzazione di un gesto molto personalizzato e molto evoluto in un atleta adulto e agonista,che disponga di ogni requisito atto a far sì che la specializzazione di qualcosa di correttamente appreso e consolidato non si trasformi invece in una perniciosa abitudine su qualcosa di precocemente stabilizzato prima di averlo consolidato. In qualsiasi altro caso è il peggiore dispetto che possiamo fare ai nostri allievi.

A questo punto ritengo doveroso fare chiarezza su un punto che spesso viene frainteso,e sottolineare la differenza sostanziale tra quello che è il consolidamento (o automatizzazione) di un gesto e quella che invece risulta una semplice formazione di abitudini motorie che bypassano il controllo dell’abilità.

Diciamo per esempio che io imparo un’abilità a grandi linee,poi la affino con le diversificazioni mantenendo sempre alto il feedback e nel tempo imparo a “guardarla” da ogni angolazione possibile;questo mi permette di conoscerla nelle sue molteplici forme e di saperla eseguire in ogni condizione,con ogni tipo di “disturbo” degli equilibri,coordinandola al meglio;questo sviluppa la mia disponibilità variabile (capacità di eseguire abilità in soluzioni variabili di equilibrio,uno degli aspetti della coordinazione,obiettivo finale dell’apprendimento motorio) e mi permette di consolidare l’esecuzione dell’esercizio,nel senso che la fase progettuale dell’azione risulta molto veloce automatizzata ed efficiente in ogni sua variabile,e nel momento che io volessi specializzare il gesto,il mio sistema nervoso riuscirebbe a standardizzarlo senza però cancellare le esperienze precedenti,cioè senza compromettere la possibilità di saperlo eseguire anche diversamente.

Se invece una volta acquisita un’abilità mi mettessi a ripeterla sempre uguale senza alcuna variazione,il feedback coordinativo si interromperebbe prestissimo e la standardizzerei subito,e questo comprometterebbe irrimediabilmente la possibilità di imparare ad eseguirla in modi diversi (un pò come guardare sempre e solo una faccia di un cubo,e non sapere niente delle altre cinque);questo mortificherebbe la possibilità di coordinarlo in modi diversi e con differenti situazioni di equilibrio e configurerebbe una vera e propria abitudine motoria,completamente al di fuori del mio controllo cosciente e impossibile da modificare o da correggere o da evolvere. Sarei passato dalla fase di primo apprendimento a quella della specializzazione senza passare per le tappe intermedie di consolidamento ed evoluzione del gesto,e questa sarebbe una pessima idea persino nel fortunatissimo caso di eseguire l’abilità correttamente e senza handicap,perchè ciò non mi darebbe nessun beneficio coordinativo.

Dunque la corretta sequenza delle tappe dell’apprendimento motorio per ogni abilità è la seguente:

  • fase di esplorazione e apprendimento generale della struttura di base (forma)
  • fase di acquisizione e interiorizzazione del gesto generale con sinergie biomeccaniche e dinamiche (sostanza)
  • fase di consolidamento del gesto con padronanza anche in diverse soluzioni di equilibrio (disponibilità variabile)
  • fase di evoluzione particolare del gesto con riguardo a diverse soluzioni spaziali e specifiche
  • fase finale di specializzazione del gesto personalizzato (alta specializzazione per agonisti fatti e finiti)

Volendo queste tappe si possono chiamare come si vuole o aggiugerne altre più specifiche (soprattutto al terzo punto). Questa infatti è solo la mia classificazione,e ne esistono molte altre simili che vanno nella stessa direzione e il cui senso,molto importante da capire,è sempre quello. Altri due importanti postulati didattici concernono la comunicazione,cioè il modo in cui si propone e si descrive una nuova esercitazione:

  • la proposta deve essere chiara ed essenziale e formulata in modo che l’allievo non abbia dubbi su cosa gli viene richiesto,e su quali siano gli obietti (pochissimi) su cui deve concentrarsi.
  • Metodologicamente parlando è opportuno ricercare prima la forma (biomeccanica) e solo in seguito (ma prestissimo) la sostanza dell’esercizio (finalità dell’azione).

Se infatti come abbiamo visto il sistema nervoso dovrà costruire un’immagine motoria adeguata,sarà necessario fornire le maggiori informazioni possibili nei modi più disparati utilizzando più canali comunicativi,per esempio mostrando l’esercizio in acqua oppure a secco (da cui l’importanza di una mimica adeguata,limitata al corretto ma essenziale,perfettamente corrispondente a ciò che desidero che l’allievo riesca ad eseguire),facendolo eseguire anche a secco se possibile,oppure con manipolazioni e descrivendolo con poche e chiare parole.

Ma se al tempo stesso dobbiamo evitare di fargli confusione con un eccesso di informazioni,allora sarà opportuno conoscere per ogni esercitazione quali siano le priorità (una o due al massimo) da chiedere ai primi tentativi,e concentrare l’attenzione dell’allievo solo su quelle pur dando informazioni in ogni modo possibile: logico,visivo e tattile. Il secondo postulato consiglia di ricercare prima la forma del movimento,cioè il modo in cui il corpo deve muoversi;la biomeccanica del gesto;è la risposta al “come?”. E solo in seguito il contenuto,che invece è lo scopo di ciò che si fa;è la risposta al “cosa?”,cioè l’azione. Dobbiamo trasmettere azioni,non movimenti;dunque per l’allievo in ogni esercitazione è importante arrivare il prima possibile a pensare a cosa sta facendo,senza fissarsi troppo su come lo sta facendo (evitiamo i movimenti senza scopo,forme astratte,inutili disegni meccanici nello spazio).

Tuttavia il nostro primo obiettivo è portarlo alla forma grezza dell’esercizio:

la più semplice ed essenziale possibile,con altissime probabilità di essere velocemente risolta,scelta dall’istruttore come estrema sintesi di quello che dovrà essere nella forma più evoluta dell’esercitazione (quella che abbiamo come obiettivo di lungo periodo) ma ugualmente adatta a compiere l’azione voluta; in modo da provocare meno movimenti superflui possibili;capita infatti che l’allievo faccia tutto quello che gli si chiede,ma che lo condisca con l’aggiunta di qualcosa in più:la parola d’ordine è la semplicità.

Semplicità,così da restare meno tempo possibile sulla forma (possibilmente pochi minuti) e concentrarsi subito sul contenuto,la richiesta dell’azione legata a uno scopo.

La nostra valutazione finale di merito sull’esercizio sarà orientata alla considerazione di cosa sta facendo,l’azione che sta pensando di compiere e la relativa efficacia;non su come lo sta facendo.

Naturalmente noi avremo sempre anche un occhio alla forma del movimento,per evitare che con le ripetizioni alleni e automatizzi esecuzioni penalizzanti;ma occorre assolutamente evitare di dare troppe informazioni magari corrette ma ancora inutili e nocive;evitiamo di “attivare” e irrigidire per esempio mani e braccia dando indicazioni particolareggiate precoci e inopportune (fai questo con la mano…fai quello col gomito….) che oltretutto lo distraggano dal compito richiesto.

Se proprio non vi piace qualcosa,piuttosto entrate in acqua e manipolate:eviterete mille spiegazioni ma soprattutto eviterete di vederlo corrugare la fronte perchè non vi capisce.

Perciò noi identificheremo per ogni esercizio l’ordine logico dei suoi obiettivi e dei punti fermi di esecuzione,poi lo spiegheremo mostrandolo,descrivendolo e commentandolo,esponendolo nel modo più semplice ed essenziale possibile su pochi punti fermi alla volta,partendo dalla forma ma cercando di arrivare alla sostanza il prima possibile.

E ora devo fare chiarezza su un altro punto spesso frainteso : il concetto di abilità grezza.

I più credono che grezza significhi non ancora corretta,caratterizzata da errori di vario genere da eliminare nel tempo alla ricerca della “nuotata perfetta”,e mi è capitato (purtroppo) di sentire avventurose fantasiose e gustosissime classificazioni degli errori in base al livello in cui andrebbero identificati come tali e poi corretti…….

Non è così.

Grezza significa embrionale e gli errori si correggono sempre (!!!), e secondo priorità certe e notissime,e anche se la fase grezza è spesso caratterizzata da errori visto che si tratta di nuove abilità,non è la loro presenza a definirla tale. Esattamente come uno scultore che nell’abbozzare la forma grezza della sua opera deve considerare come dovrà essere una volta ultimata,allo scopo di evitare incongruenze irreparabili nelle proporzioni relative delle singole parti dell’opera.

Così un’istruttore di nuoto deve avere un’idea precisa delle caratteristiche biomeccaniche e dinamiche di una buona nuotata evoluta,allo scopo di identificarne i tratti essenziali e irrinunciabili di base e scongiurare lo sviluppo (spesso inevitabile) di elementi inutili o addirittura contrastanti che possano interferire con lo sviluppo futuro della nuotata. L’impostazione grezza è esattamente questo:la base a livello biomeccanico e dinamico di ciò che ho come obiettivo,composta da pochi ma fondamentali elementi sia biomeccanici (la forma) sia dinamici (continuità e ritmo:cioè la struttura di base) che permettano l’azione richiesta e che accompagneranno l’allievo nel percorso di evoluzione dell’esercizio,o della nuotata. Non è caratterizzata tanto da errori quanto piuttosto dalla variabilità dell’esecuzione.

Da cosa è caratterizzato invece un buon metodo didattico? Sicuramente dal rispetto dei postulati didattici di cui ho parlato finora, perchè sono punti fermi il cui rispetto stabilisce la correttezza metodologica del sistema didattico,del quale costituiscono le regole di fondo,e sono di fatto la prima tra le variabili che definiscono l’adeguatezza del nostro lavoro. Naturalmente un istruttore può anche scegliere di non rispettarli e fare un pò come gli pare,ma prima di farlo vale la pena di considerare che essi sono stati formulati sulla base delle risultanze fisiologiche circa lo sviluppo motorio. Può sembrare che allora all’istruttore non resti più molta libertà di scelta,invece ci sono molti altri parametri che definiscono un metodo didattico,sui quali gli istruttori hanno molta libertà di azione e valutazione,e che rappresentano il nocciolo di quello che è l’insegnamento: come valutare gli allievi,stabilire gli obiettivi,i relativi requisiti,le tappe di passaggio,le esercitazioni da proporre e come valutare l’efficacia delle risposte.

Sembra poco invece è tantissimo,e dato che tutto ciò rappresenta una libera scelta degli istruttori,e che le inevitabili differenze di metodo tra uno e l’altro sono una vera e propria ricchezza,allora non ho nessuna intenzione di mettermi a discutere su cosa sia meglio o peggio, perchè sarebbe un peccato castrare la fantasia degli istruttori fornendo modelli preconfezionati. Perchè una cosa è fornire scampoli di esperienza qua e la,e gli utenti del forum sanno che non disdegno di dare il mio contributo;altra cosa invece sarebbe pretendere di fornire un prontuario completo di tutto da eseguire come un compitino senza alcun ragionamento,sempre ammesso che esista qualcuno in grado di elaborarlo.

Molto meglio che imparino a ragionare con la loro testa per trovare le risposte ai mille diversi problemi che si ritrovano in vasca,e camminare sulle loro gambe; perchè il bravo istruttore non è colui che non fa mai errori (utopia),ma è colui che invece che sparare nel buio ragiona e programma,e sa sempre cosa fa e perchè lo fa. Mi limiterò a fornire una ultima precisazione sul famigerato “metodo globale” che mette in difficoltà molti giovani istruttori,che poi spesso vengono a chiedermi delucidazioni in proposito. Il metodo globale è tutt’ora considerato il metodo migliore perchè stimola molto la coordinazione. Però effettivamente sono in pochi a capire davvero di cosa si tratti. Per spiegare di cosa si tratti occorre partire dal metodo cui si contrappone,secondo il quale non era consigliato passare ad una tappa successiva dell’insegnamento fino a che quella precedente non era perfettamente consolidata.

Dunque ogni abilità era collocata in una determinata posizione all’interno di una disposizione lineare degli esercizi,in ordine cronologico di difficoltà,senza considerare minimamente due cose iportantissime:

  1. il fatto che in realtà per gli allievi la difficoltà degli esercizi è molto soggettiva;
  2. il fatto che ogni esercitazione in realtà sta in relazione sinergica con le esercitazioni “limitrofe”.

Voglio dire che il rapporto tra i requisiti per la costruzione delle abilità è certamente univoco,nel senso per esempio che prima occorre imparare a galleggiare,requisito per poi imparare lo scivolamento,che a sua volta è il requisito per sviluppare le gambate,e via di seguito;ma nonostante ciò ogni abilità produce dei feedback in senso inverso per un migliore consolidamento del requisito stesso su cui fonda:cioè fare gli scivolamenti,per esempio,può aiutare a migliorare i galleggiamenti statici,pur essendo loro stessi requisito degli scivolamenti. In base a queste considerazioni si è pensato che piuttosto che continuare a fare ossessivamente una cosa fino a che viene perfettamente (cosa che alla lunga interrompe gli stimoli di coordinazione,e non produce ulteriori miglioramenti),a un certo punto è meglio provare a passare allo step successivo perchè più efficace come stimolo coordinativo e perchè questo può aiutare di riflesso a trovare quel miglioramento che volevo sull’abilità precedente.

Questo è il nocciolo,la considerazione che sta alla base del metodo globale.

Dunque con il metodo globale si ammette la possibilità di passare ad una tappa successiva pur non avendo ancora consolidato quella precedente.

Purtroppo però i tecnici meno dotati spesso fraintendono e credono che tale metodo li legittimi a mettere i bambini a fare vasche a dorso e crawl così come viene,allo sbaraglio;credono più o meno che la moderna didattica abbia dato loro la licenza per fregarsene di un ragionamento strategico sullo sviluppo dei requisiti,e (dico io) di smettere di fatto di insegnare.

Il metodo globale non è mettere i bimbi a fare le nuotate globali quando ancora non ne sono in grado.

Il metodo globale non esime l’istruttore dalla formazione in ordine (crono) logico dei requisiti,altrimenti saremmo completamente al di fuori dell’ambito di metodologia della didattica.

Il metodo globale si differenzia da quello lineare solamente dal (minor) grado di sviluppo richiesto per le abilità requisito prima di poter passare ad altro:nel metodo lineare era richiesto un certo consolidamento del requisito,nel metodo globale è richiesta una semplice ma corretta assimilazione di base,che verrà consolidata in futuro anche grazie al lavoro sullo step successivo,in costante relazione sinergica.

Nel metodo lineare (per esempio) prima si imparava perfettamente a galleggiare,poi perfettamente a scivolare,poi perfettamente a battere e gambe e poi si nuotava a crawl e dorso.

Nel metodo globale una volta che hai appreso il galleggiamento,passi a provare gli scivolamenti mentre continui a lavorare sui galleggiamenti;poi appresi gli scivolamenti passi a fare i primi tentativi di gambata,mentre lavori ancora sugli scivolamenti per migliorarli e (ancora) sui galleggiamenti per consolidarli e perfezionarli.

Cioè nel metodo globale si lavora in sovrapposizione su varie abilità:alcune sono quelle nuove da apprendere,altre sono invece da consolidare,e altre ancora sono quelle meno recenti da perfezionare,garantendo in questo modo i giusti stimoli coordinativi e i feedback sinergici tra le abilità.

Si chiama globale prima di tutto perchè si lavora globalmente su una pluralità di requisiti diversi e non (solo) perchè si arriva presto alle nuotate globali,ma non è che ci si possa infischiare delle basi,e ci si arriva solo dopo avere garantito un dato minimo circa i requisiti di base,che continueranno a venire rifiniti fino a definitivo consolidamento e perfezionamento,pena il fallimento del lavoro sulle nuotate globali e lo sviluppo di abitudini perniciose e non più eliminabili.

Purtroppo ci sono molti tecnici che pensano (in buona fede) che il metodo globale significhi semplicemente nuotare globalmente e basta,e mettono i bambini nemmeno svezzati a fare vasche (orribili e fatte malissimo) a crawl e dorso,a consolidare difetti e tare che mai più verranno eliminati,e poi straparlano (sempre in buona fede) del metodo globale per ammantare di preziosità e dell’avvallo della moderna didattica qualcosa che più che altro sembra una semplicissima selezione naturale.

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5 pensieri su “Didattica e apprendimento motorio nel nuoto

    • Avatar
      Stefano dice:

      E’ una semplificazione estrema,non è sbagliato ma è un pò limitante.
      Perchè la capacità dell’allievo è in evoluzione quindi non è un limite ma un parametro da considerare,e il nostro compito è orientare tale evoluzione.

      Ciao

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