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Nuoto agonistico: genitori-figli-tecnico come districarsi in questa complicata vita a tre

Rapporto tecnico genitore figlio

Come aiutare i figli a crescere, a vivere le emozioni belle ma anche quelle brutte, un successo o un fallimento

(di Gian Maria D’Amici)

Spesso il rapporto genitori figli non è così idilliaco, se a questo ci aggiungiamo un’attività sportiva amatoriale o agonistica e un educatore in più che è proprio il tecnico, ecco che allora ci si può ritrovare in un rapporto che può essere ancora più complesso. Per districarci in questo complicato labirinto della comunicazione, dell’educazione e della vita stessa abbiamo scelto una compagna di viaggio speciale la psicoterapeuta Ilaria Martelli Venturi, che prima ci aiuterà a capire dove quotidianamente possiamo sbagliare anche con frasi che sembrano normali, e che invece lasciano strascichi importanti, e poi ci darà qualche consiglio per affrontare e superare al meglio le difficoltà che si possono incontrare nelle relazioni di tutti i giorni.

Si va sempre più diffondendo la figura dei «genitori spazzaneve». Ovvero coloro che spianano la strada ai figli in modo che nulla o quasi possa andare storto o minacciarli. Come incide questo comportamento nella crescita dei figli in generale e nello specifico in ambito sportivo?

«Proteggere troppo i figli non consente loro di sviluppare le proprie difese, e questo poi va a incidere sullo sviluppo dell’autostima. Spianare la strada ai figli non insegna loro a tollerare le frustrazioni, grandi o piccole che siano, i fallimenti o gli insuccessi. Insomma di fronte alle difficoltà i figli tenderanno a reagire non perseverando, ma evitando di fare tentativi per paura di fallire. Mancheranno di determinazione, di fiducia in se stessi, perché i genitori mandano un messaggio sotto inteso che gli dice “tu da solo non ce la fai”. Ovviamente nei ragazzi o nei bambini questo fa crescere l’insicurezza e non la voglia di esprimere liberamente le proprie emozioni».

Spesso si crea il triangolo genitori-figli-allenatore. Come si può contribuire a un corretto dialogo e a una collaborazione perfetta per lo sviluppo dei bambini/ragazzi?
«È importante che ognuno abbia il suo ruolo di educatore e che lo mantenga all’interno di un determinato confine. I genitori che interferiscono nel lavoro del tecnico non fanno il bene del bambino. È bene che i genitori restino al di fuori di questo rapporto, ma che siano presenti a distanza, che sostengano il figlio in questo cammino ma non entrando nel merito delle decisioni che spettano all’allenatore. In caso contrario il comportamento del genitore metterebbe in difficoltà il tecnico, non lasciandolo libero. Ci sono tanti modi in cui un genitore può esercitare questa intrusione, anche in maniera più seduttiva e nascosta. L’allenatore deve essere bravo a non cadere nella trappola e a interrompere un comportamento intrusivo, perché chi ci rimette è sempre il ragazzo, è lui che ne subisce le conseguenze e non misura le sue capacità».

Come possono contribuire genitori e allenatori nel responsabilizzare i ragazzi?

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«Fondamentale in questo caso è lasciare che i ragazzi possano sbagliare, perché altrimenti non daranno mai il meglio di sé. L’ansia può compromettere la prestazione, paure e critiche peggiorano alcune situazioni. I ragazzi invece devono imparare ad assumersi le loro responsabilità, ma la faranno anche sbagliando, è il percorso di crescita naturale».

Come devono comportarsi i genitori per aiutare i bambini/ragazzi che praticano un’attività sportiva?

«Devono concentrarsi sui reali bisogni dei figli. Fargli provare anche uno sport, ma sempre con l’attenzione al bambino e ai suoi desideri, più che alle aspettative del genitore stesso. Non va indirizzato a forza, perché si creerà in lui un disagio. I bambini anche se piccoli danno risposte veritiere che dobbiamo saper ascoltare, anche a tre anni sanno cosa vogliono, ma spesso sono male interpretati. I genitori devono partecipare, rispettando tempi e modalità dei figli, fargli fare i loro errori. Ci sono mille segnali che mandano se non hanno voglia di fare una cosa, se non sono portati per una attività. Questi segnali e le differenze individuali vanno colte e rispettate. Lo sport è gestione del tempo libero e i ragazzi di oggi sono iper-impegnati con tante attività, per cui non vanno caricati ulteriormente. Nel tempo libero devono fare cose che gli piacciono, per non avere ripercussioni sull’umore. Un’attività fatta con costrizione è frustrante».

Spesso i genitori vogliono vedere i loro figli primeggiare o magari fare un’attività sportiva che loro non hanno potuto praticare. In questo caso quali paure si riversano sui ragazzi?

«Capita che i genitori non vedano le reali esigenze dei figli, caricandoli di ansie e aspettative. Questo succede soprattutto nei casi di uno sport fatto a livello agonistico. Si viene spinti dai genitori, ma così si rischia di far diventare questo l’unico canale di comunicazione. Il figlio si sente accettato solo nel compiacere il genitore, inibendo le sue emozioni, avendo paura di rompere il rapporto o di portare sofferenza. In pratica vedere il genitore felice e non vuole dare problemi, questo può portare anche a problematiche psicosomatiche esempio dermatite, alopecia, coliti, nausea, vomito, mal di testa. E il genitore spesso non comprende che non è una problematica fisica ma psicologica».

Cosa possono fare i genitori per aiutare i bambini a superare ansie, fragilità e insicurezze che hanno quando si allenano o vanno in gara?

«In ambito competitivo è bene che i genitori stiano al posto loro, ma essendo presenti, partecipi. In questo modo gratificano il ragazzo seguendolo. È bene vivere con emozione quello che fa, ma attenzione a non banalizzare quello che vive il bambino o il ragazzo, esempio minimizzando se piange per un problema. A volte basta un sorriso, un abbraccio, semplicemente stargli vicino. Le emozioni negative servono e passano, questo bisogna che sia chiaro sia ai genitori che ai ragazzi. Dirgli “ti sto vicino” ma non dargli una soluzione. È utile capire cosa sta provando il figlio, magari portagli una esperienza personale, fare domande, chiedergli come sta, ma non fare critiche o dargli soluzioni».

Successi e insuccessi possono essere ugualmente difficile da gestire. Come si possono supportare i ragazzi in quei momenti?

«Come ho spiegato ascoltare e stare sulle loro emozioni. Non caricarli troppo di aspettative, criticarli o esaltarli. Stargli vicino ma senza giudizi».

Quali consigli può dare ai genitori per aiutare i figli a formarsi nel modo migliore?

«Possiamo riassumere in alcuni punti: ascoltare senza dare giudizi; capire i bisogni dei figli e assecondarli; elogiarli con un motivo reale; fargli vivere le conseguenze negative delle azioni; permettergli di fare errori; sostenerli quando stanno male; essere cauti e affettuosi e non minimizzare i loro problemi. L’ascolto attivo è importante: un bacio, un sorriso, un come stai e un abbraccio fanno al differenza».

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