Nuoto agonistico: rapporto tecnico-ragazzo consigli utili per ottenere il meglio

Rapporto tecnico ragazzo nuoto

Principi base per un tecnico delle categorie esordienti per un corretto sviluppo psicomotorio dei suoi allievi

(di Gian Maria D’Amici)

Continuiamo il nostro viaggio nel labirinto della comunicazione, questa volta focalizzando l’attenzione su quel rapporto a volte idilliaco a volte complicato tra tecnico e ragazzi. Ma inutile negarlo, anche in questo caso, la figura del genitore diventa fondamentale, perchè è uno spettatore. L’importante però è capire il momento giusto per agire e quello in cui invece è meglio rimanere seduto a guardare, lasciando che il proprio figlio cammini da solo sulla strada. A prenderci per mano e ad accompagnarci in questo viaggio – parte seconda è sempre la psicoterapeuta Ilaria Martelli Venturi, consigli preziosi e utili per affrontare i piccoli e grandi problemi quotidiani.Il rapporto tecnico-bambino è fondamentale per la crescita del piccolo, che deve vedere nel suo allenatore non solo colui che allena il corpo, ma anche lo spirito e il carattere. È un educatore a tutto tondo. Allenatore e bambino devono prima di tutto stabilire un rapporto umano e lavorare su corpo e mente. È d’accordo?

Assolutamente sì, l’allenatore non allena solamente il corpo ma anche lo spirito, per cui è un educatore a tutto tondo. E la cosa più importante, per avere poi anche un buon andamento nella prestazione, è che l’allenatore stabilisca un buon rapporto e una buona relazione con il bambino perchè questo gli consente di lavorare meglio anche sul suo corpo e di allenarlo.

Per questa età (8-12 anni) come deve comportarsi un tecnico lungimirante che vuole crescere un atleta del futuro?

Quali devono essere i suoi obiettivi primari a livello psicologico?
Prima di tutto osservare quali sono le risorse e i limiti di ogni ragazzo, cercando il più possibile di valorizzare le risorse di ognuno e tenendo conto anche degli aspetti individuali. È chiaro che c’è sicuramente un allenamento generale, per tutti, ma è fondamentale che l’allenatore sappia cogliere gli aspetti individuali di ognuno, punti di forza e di debolezza, e cercare di valorizzare soprattutto i punti di forza di ogni bambino, che possono essere differenti. Come principio di massima è fondamentale che quando un allenatore comunica con il ragazzino si astenga dal dare giudizi e critiche, ma lo faccia sentire accettato. Va sempre incoraggiato quando fa una buona azione, e quando sbaglia è importante sottolinearlo, ma lo è ancora di più – per alimentare la motivazione – che l’allenatore sappia spronarlo nei momenti in cui va bene piuttosto che piuttosto che scoraggiarlo quando va male. Tutto questo perchè altrimenti si va a minare proprio la motivazione, perchè il motore della motivazione è sentire di riuscire in qualcosa. Per cui se un bambino viene sempre rimproverato perchè sbaglia continuamente un certo tipo di passaggi e allenamenti, il rischio è che perda la motivazione e non vorrà più allenarsi.

Cosa è bene tenere a mente per il corretto sviluppo del bambino/a e non pensare solo alla voglia di gloria e di vittoria?

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Bisogna assicurarsi che voglia fare questo sport e che non siano i genitori a spingerlo. L’allenatore dovrebbe cercare di capire questo e magari indirizzare i genitori a portare il figlio a praticare un altro sport, se ad esempio non è il nuoto quello che vuole fare il bambino. La motivazione aumenta quanto più si fa qualcosa che piace e in cui si riesce bene. Quindi è inutile spingere un bambino verso uno sport per cui non è predisposto o non ama. Meglio fargli fare un’altra cosa, anche se il genitore non è d’accordo. Il bambino va sempre messo nella condizione di riuscire e di raggiungere dei successi, perchè altrimenti nel medio o lungo tempo abbandonerà la disciplina, tanto vale cominciare da subito a canalizzare le risorse dove riesce meglio. Non si può e non si deve costringere un bambino a fare uno sport che non desiderare fare o non ne ha voglia, fondamentale è capire se l’obiettivo è del genitore o del figlio ed eventualmente l’allenatore può parlare con i genitori per consigliarli. Il bambino non deve riscattarsi in uno sport che il genitore magari ha interrotto quando aveva la sua età. Ma questa è una situazione che può capitare.

Quanto è importante la comunicazione e che tipo di comunicazione va instaurata tra tecnico e bambino?

Solo verbale o anche linguaggio del corpo? Come può il tecnico sfruttarla a suo vantaggio?
L’aspetto della comunicazione è fondamentale, il 95% della comunicazione che passa è quella non verbale, il tono della voce è importantissimo, la postura, la vicinanza rispetto all’altro, piuttosto che le parole, perchè il contenuto di una conversazione che passa è solo il 5%. Quindi è importante sottolineare, quando si deve far notare qualcosa, anche cosa non va in un allenamento, il comportamento problematico che non ha funzionato bene: magari il rapporto con i compagni, o se c’è stata qualche difficoltà. Ma mai andare a minare il valore personale, dando giudizi come: sei stato maleducato; oppure non sai affrontare le gare; non sei capace. Meglio sottolineare il comportamento che non è andato bene: hai risposto male al tuo compagno; oppure hai avuto difficoltà nel rispondere in maniera efficace ad un compagno quando hai perso la gara; hai messo male il piede piuttosto che hai fatto male un certo tipo di stile. È fondamentale proprio la differenza tra sottolineare il comportamento che non va e dare un giudizio di valore.

Quali sono i modi e i metodi che il tecnico deve utilizzare per: a) far comprendere al piccolo atleta l’importanza dell’allenamento; b) combattere la paura della fatica o meglio far capire al piccolo atleta che la fatica dell’allenamento serve per preparare una gara che si terrà, ad esempio, tra tre mesi; c) combattere l’ansia da prestazione.

(a) Chiaramente è importante che il bambino venga istruito a capire che l’impegno ripaga. Nulla si ottiene nella vita senza impegno e fatica, per cui qualsiasi obiettivo si raggiunge nel lungo termine richiede uno sforzo. Quindi se l’obiettivo è una gara la gratificazione passa attraverso l’impegno e attraverso piccole vittorie, che portano poi ad affrontare una gara, e va fatto capire questo come linea di principio: che il piacere di qualcosa nasce dall’assenza, per cui non esisterebbe una sensazione di gratificazione e di sentirsi appagati se non ci fosse a fronte un impegno. Questo avviene anche con la promozione che arriva alla fine dell’anno a scuola, uno è contento quando viene promosso, ma dopo un anno in cui il bambino ha superato una serie di step, interrogazioni e compiti in classe. Si accumulano successi e insuccessi, e il bambino deve imparare a tollerare le frustrazioni, anzi devono diventare un modo per recuperare le forze e imparare dagli errori e raggiungere poi obiettivi nel medio e lungo termine.

(b) Fondamentale comprendere che nulla si ottiene senza fatica, se non passasse per questi step il bambino non vivrebbe la gratificazione, questo è importante da far capire anche ai genitori, è un concetto esteso dell’impegno. Ci sono genitori che tendono a semplificare troppo la vita e ad agevolare i bambini, ma questo non è un insegnamento di vita perchè per imparare ad ottenere delle cose i piccoli devono capire che occorre impegnarsi e vivere anche momenti di frustrazione e devono poter sbagliare senza che i genitori si arrabbino.

(c) Ci sono delle tecniche specifiche che l’allenatore potrebbe utilizzare prima di una gara per combattere l’ansia. Ad esempio tecniche di respirazione, perchè in una situazione di ansia ci sono una serie di sintomi fisici tra cui l’iperventilazione, significa che tra l’entrata di ossigeno e l’uscita di anidride carbonica non c’è lo stesso equilibrio e si va in affanno. L’iperventilazione porta sintomi di stordimento, per cui per riportare il battito cardiaco a una certa frequenza e abbassare l’iperventilazione c’è una tecnica specifica sul respiro e ci sono esercizi di rilassamento progressivo, che consistono nel contrarre la muscolatura dei vari arti del corpo (addome, schiena e collo) e poi rilassarla, in modo da sentire la differenza tra la contrazione del muscolo e il rilassamento. Poi c’è una parte cognitiva legata più a una riflessione, a un pensiero. I pensieri legati all’ansia che ha il bambino possono essere: ho paura di sbagliare, ho paura di perdere, di non ricordarmi quello che devo fare. Bisogna riflettere su questi pensieri per modificarli con un pensiero più costruttivo, che incoraggi il bambino ad affrontare la gara. Quindi unire insieme l’aspetto legato al corpo e quello legato alla riflessione cognitiva, tutto ciò consente di abbassare l’ansia e di affrontare la gara nel migliore dei modi.

Quale consiglio dare ai genitori su come valutare un buon tecnico per i figli, indipendentemente dai risultati che si ottengono in gara?

Un buon tecnico è importante che sia preparato professionalmente ma anche attento ai problemi emotivi dei ragazzi. Questo sarebbe il massimo, perchè chi riesce a coniugare entrambe le cose fa gol con i bambini, in quanto se le due cose non vanno a braccetto c’è il rischio che l’allenatore non ottenga ciò che vuole. Un buon allenatore è colui che sa fare bene il suo mestiere, è quello che ama fare il suo mestiere, e ha una passione nel farlo. Questo è fondamentale per ogni tipo di relazione umana che sappia anche comprendere la mente dei bambini, capirli nel momento di bisogno e in quelli di difficoltà, e quindi capire quando poter chiedere di più o di meno. Serve grande capacità di empatia da parte dell’allenatore.

Quanto deve intromettersi un genitore nel rapporto allenatore-bambino? E come può scegliere, se è giusto farlo, ciò che è meglio per il proprio figlio?

In linea di massima un genitore non si deve mai intromettere in nessun altro ruolo che non sia quello del genitore, quindi che sia un insegnante o un allenatore, compito del genitore è essere uno spettatore passivo da un punto di vista tecnico. Il suo ruolo deve essere quello di genitore che da spettatore incoraggia il figlio a distanza, lasciando il ragazzo nella massima autonomia, e soprattutto non può scegliere cosa è meglio per lui, ma deve soprattutto riuscire a comprendere – da tantissimi segnali che i figli mandano continuamente – quello che realmente vuole il figlio, senza confondersi rispetto a quello che vuole lui. E spesso questo è un problema che non sempre viene compreso.

Ricordiamo comunque che per categorie esordienti la gara non deve essere mai l’obiettivo primario.

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