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Stile delfino: la tecnica dettagliata

Atleta di livello nuota a delfino ripresa laterale

di Stefano Tiozzi

Lo stile delfino (più propriamente detto farfalla) è il grosso scoglio sul quale spesso si infrangono i sogni di molti allievi. Eppure a livello coordinativo non presenta grandi difficoltà come si crede comunemente e risulta invece essere più facile degli altri stili. Abbiamo trattato più volte questo stile in altre pagine del nostro portale. In “Lo stile Farfalla” troverete una serie di GIF animate che semplificano la comprensione della esecuzione tecnica, mentre in “Errori comuni nel delfino (farfalla)” indichiamo una serie di problematiche legate alla corretta esecuzione di questo stile. In questo articolo comunque voglio fornire la mia personale visione del concatenamento motorio alla base del delfino.

Le principali difficoltà dipendono piuttosto dal fatto che richiede una dose minima di forza fisica, magari non eccelsa ma comunque concreta che impedisce ai principianti di eseguire lunghe esercitazioni,ma anche una certa predisposizione antropometrica e funzionale le quali non sempre sono prontamente disponibili a tutti. Secondo me però gioca un ruolo importante anche il fatto che intorno a questo stile gravitano un pò di ombre e anche qualche leggenda. E allora proverò a fare un pò di chiarezza fissando una serie di punti fermi.

Prima di tutto qualche breve cenno di storia: come è nato il delfino?

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In origine c’erano le gare a dorso,le gare a stile libero dove ognuno nuota come gli pare e le gare a rana. Poi qualcuno pensò “perché a rana invece che buttare le braccia avanti sott’acqua non le spingo fino in fondo cosi vado più forte e poi le butto in fuori?” E cosi la FINA dovette intervenire per proteggere la tecnica delle nuotate a rana che rischiava di venire stravolta,e stabilì il divieto durante la bracciata a rana di oltrepassare la linea delle spalle, mentre la nuova tecnica veniva classificata come un nuovo stile definito butterfly (farfalla).

Dopo un pò qualcuno pensò “ma perché a farfalla invece di fare le gambe a rana non le facciamo a piedi pari come una scudisciata a delfino”, che consente di tenere il sedere più alto e si va più forte. E cosi nacque il delfino e nelle gare a farfalla qualcuno nuotava con le gambe a rana e altri a delfino;così per rendere le gare omogenee la FINA intervenne di nuovo nei regolamenti,questa volta nello stile a farfalla,vietando espressamente le gambe a rana e ogni movimento di gambe che non fosse in verticale e simultaneo. E da allora questo è ciò che recita il regolamento dello stile farfalla,con la sola eccezione del settore master nei cui regolamenti sono ancora espressamente consentite le gambe a rana.

Questo succedeva circa 70 anni fa, nel 1950. Ora, prima di procedere nella definizione della tecnica migliore e per far capire su quali basi si forma il ragionamento, desidero porre estrema attenzione sul concetto di errore. Su quali basi un istruttore può dirvi che state commettendo un errore?
Di certo non perché c’è scritto su un libro,perché poi dovremmo interrogarci sul perché quel libro dice cosi,e alla fine della storia una spiegazione razionale dovremo pur trovarla se non vogliamo incartarci su un inutile e traballante ipse dixit. Dunque quand’è che qualcosa che state facendo in ambito motorio può venire definito un errore?

Per stabilirlo occorre considerare che in ambito sportivo il compito primario di un insegnante è costruire atleti SANI,e su queste basi questa che segue è la mia definizione di errore:

Definizione di errore:

Un qualsiasi comportamento motorio,continuativo invece che episodico (nel qual caso non sarebbe un vero errore da correggere ma un evento casuale e passeggero che non deve preoccupare) che determina una o più delle seguenti situazioni:

  • state facendo qualcosa che danneggia la vostra integrità fisica;
  • state facendo qualcosa di sconveniente da un punto di vista energetico;
  • state infrangendo un regolamento (che è meno importante ma a nessuno interessa imparare uno stile diverso da quello codificato);

Traduzione: se quello che state facendo corrisponde ai regolamenti per quella nuotata,non vi danneggia fisicamente e non determina più fatica del dovuto che possa essere diminuita con comportamenti migliori,allora non è un errore. Per quanto ciò che fate possa essere diverso da quello che fa qualcun altro,non è un errore ma solo un personalismo,il vostro modo specifico di nuotare.
E a questo proposito va ricordato che non esistono modelli di nuotata,quindi non esiste la nuotata perfetta per tutti ma solo quella più corretta o più conveniente su base personale.
Il vostro istruttore dunque deve aiutarvi a selezionare le soluzioni tecniche che più si adattano alla vostra persona,senza incartarsi su idee o capricci personali,basandosi invece sulle leggi del corpo umano e della scienza.

E’ per questi motivi che nel definire la serie di punti fermi che le diverse soluzioni tecniche della nuotata a delfino devono rispettare,partirò appunto da quel regolamento e poi lo metterò in relazione agli ambiti scientifici più pertinenti nella valutazione di una nuotata corretta,energeticamente vantaggiosa e totalmente sicura per la nostra integrità fisica.
Vale a dire sopratutto la biomeccanica,l’anatomia funzionale umana e la fisica,nello specifico la idrodinamica.

Premessa

Per comprendere i successivi punti è necessario chiarire due evidenze fisiche. Per prima cosa, se abbiamo due forze propulsive di diversa entità, una superiore e una inferiore e le applichiamo simultaneamente, la propulsione risultante non sarà la somma di quelle forze ma sarà pari alla forza superiore, che risulterà l’unica vera forza propulsiva mentre quella inferiore verrà solo trascinata dalla prima. Se per esempio in una automobile le ruote anteriori producono forza a 60 km orari e quelle posteriori a 40 km orari,quell’auto andrà non a 100 bensì sempre a 60 con le ruote anteriori che trascinano quelle posteriori, o che le spingono nel caso inverso.

Secondo punto, la forza propulsiva negli stili dorso crawl e delfino proviene dal grande dorsale la cui forza viene trasmessa all’acqua grazie all’azione delle braccia. Una vetusta teoria ipotizzava che nel delfino la propulsione delle gambe fosse superiore a quella delle braccia e che avvenisse grazie al movimento ondulatorio. Per scoprire la verità è sufficiente prendere un cronometro e fare una prova di sole gambe e una di sole braccia.

Il regolamento

Ecco i punti salienti del regolamento del delfino, al punto NU 8 del regolamento tecnico reperibile presso la sezione norme e documenti del portale della Federazione Italiana Nuoto:

NU 8.2 le braccia devono essere portate in avanti sopra l’acqua contemporaneamente e portate indietro simultaneamente per tutta la gara, secondo la norma NU 8.5.

NU 8.3 Tutti i movimenti in su e in giù delle gambe devono essere simultanei. Gambe e piedi non devono necessariamente essere allo stesso livello, ma non sono consentiti movimenti alternati delle une o degli altri. Il movimento del calcio a rana non è permesso.

Faccio notare, non per malizia ma per chiarezza,che in nessun punto del regolamento si parla di dondolio. Si parla soltanto di braccia e gambe in simultanea. Ebbene queste due cose determinano una serie di conseguenze di ordine biomeccanico e dinamico che generano criticità e peculiarità di vario tipo nella nuotata, che a loro volta possono venire risolte o interpretate in diversi modi,i quali identificano altrettante diverse soluzioni tecniche della nuotata a delfino. Ecco i punti fermi che in considerazione delle leggi fisiche e funzionali possono venire considerati corretti e il perché:

Punto primo

L’azione di braccia è CONTINUA.
Perché ? Per due motivi,prima di tutto siccome la passata è simultanea allora il momento propulsivo pur essendo massimizzato però viene compromesso rapidamente dal decadimento inerziale durante il recupero,e più questo decade più la passata successiva sarà dispendiosa,in conseguenza del fatto che la legge quadratica stabilisce che riaccelerare fino ad una determinata velocità di spostamento costa infinitamente di più che mantenere quella stessa velocità.

In secondo luogo ma più importante, secondo la legge del trasferimento di inerzia la spinta propulsiva delle braccia sviluppa una energia cinetica di svariate decine di kg che se l’azione è corretta (vedere punti seguenti) verranno trasferiti e assorbiti dall’acqua nel momento dell’ingresso delle mani. Se le mani vanno subito in presa questa energia viene assorbita dall’acqua e agganciata in presa e costituirà una base più solida per una successiva passata più efficace e propulsiva; se invece la continuità viene interrotta da una pausa l’energia cinetica verrà dissipata e quando andremo a eseguire la presa questa avverrà su acqua priva di “peso” e sarà meno efficace. Immaginate la differenza tra la neve soffice e quella compressa.

Ma c’è un punto che spesso genera equivoci: cosa significa Continuità? Alcuni pensano erroneamente che sia il contrario dell’allungamento,e questa perplessità induce purtroppo molti tecnici a pensare che siccome è buona regola allungarsi allora la continuità non sia poi cosi importante. Ma il punto è che continuità delle azioni propulsive NON è quando le braccia girano e frullano senza mai fermarsi come pensano molti. Continuità è quando le braccia compiono sempre e soltanto azioni utili alla propulsione. Quindi la passata rapida del velocista è continua tanto quanto la passata lunga del fondista che anche se si allunga tenendo le braccia diritte e apparentemente ferme,però invece le mani vanno subito in presa finalizzando l’energia cinetica proveniente dal recupero e costruendo i presupposti della spinta successiva,quindi l’azione è sempre produttiva ai fini della propulsione quindi è continua. Il punto dunque è che il leggendario allungamento è finalizzato all’ampiezza della nuotata,non alla lunghezza del braccio. Quando invece si fraintende l’allungamento e la mano appena entrata invece che andare in presa si mette a lavorare come un traghetto che trascina il braccio in avanti per allungarlo come tiramolla,anche solo per una frazione di secondo,allora si verifica un momento senza alcuna finalità,una pausa propulsiva che dissipa l’energia cinetica e rende poco efficaci la presa e la passata successive; in questo caso abbiamo una pausa propulsiva e la continuità è compromessa. Ed è per evitare questi fraintendimenti, non perché non fosse utile allungarsi, James E. Counsilman (il padre di tutti gli allenatori di nuoto) consigliava di non dire mai agli atleti di allungarsi. Le braccia possono allungarsi ma non passivamente bensì iniziando subito ad allargarsi in presa.

Quindi il primo importantissimo punto fermo è la continuità, senza la quale la tecnica è errata perché energeticamente penalizzante.

Punto secondo

Passata in accelerazione e nel senso di marcia.
La passata subacquea deve avvenire in modo che la totalità della forza venga applicata nel senso di marcia. Sembra banale ma non lo è,e lo vedremo in seguito quando si parlerà della respirazione. L’accelerazione della passata è fondamentale per far si che le mani si aggancino sempre ad acqua ferma,se invece si procede in decelerazione per esempio dopo una feroce zampata in ingresso seguita da un rallentamento,la idrodinamica dimostra che le mani arriverebbero in ritardo rispetto alle masse di acqua appena spostate dall’azione immediatamente precedente delle mani stesse e si ritroverebbero a spingere su masse di acqua in movimento invece che ferma e solida. Il punto focale dunque è la fase di spinta,che per essere efficace deve avvenire con le mani ravvicinate o comunque sotto alla pancia e a mani intraruotate, pollice in dentro,in modo che questo inneschi l’intervento del gran dorsale,e che deve arrivare fino a completa distensione delle braccia,eseguendo nella parte finale una rotazione per fuori,verso destra e verso sinistra,in modo da uscire di slancio sempre per fuori.
Se invece usciamo spingendo da basso verso alto,si genererà un vettore di spinta verso fondo vasca molto nocivo.

Per garantire una spinta adeguata nel senso di marcia ogni buon istruttore deve conoscere l’importanza delle fasi di presa trazione e spinta,ma per gli allievi può essere un problema dover gestire indicazioni come gli sweep la esse subacquea o la zeta di zorro o comunque complesse al punto da doverle risolvere con la calcolatrice. L’importante è garantire l’esecuzione di una passata che discrimini un ingresso piano per la presa e una spinta in accelerazione sotto alla pancia, con mani che escono:

  • intraruotate;
  • per fuori;
  • all’altezza delle cosce.

Punto terzo

Recupero a braccia larghe basse e rilassate.
La più significativa peculiarità della farfalla è proprio l’uscita simultanea delle braccia. Questo genera il primo momento critico della nuotata a farfalla,perché l’uscita simultanea delle braccia determina un aggravio di peso che affonda il bacino che esalta il decadimento inerziale della velocità e peggiora la postura del corpo in vista della successiva passata subacquea. E’ necessario quindi limitare il più possibile l’effetto dell’uscita delle braccia. E’ possibile solo se le braccia descrivono una traiettoria la più bassa possibile,rasente l’acqua senza perà impattarla,a braccia totalmente distese per fuori per evitare che anche la più picola flessione obblighi ad elevare le spalle per evitare che le mani tocchino l’acqua,e totalmente rilassata in modo che le braccia tornino avanti per effetto dello slancio balistico invece che per trascinamento ad opera dei muscoli delle spalle.

Oltre a questo il recupero per inerzia è necessario per consentire all’energia cinetica generata dalla spinta, di cui parlavo nel primo punto,di rimanere “aggrappata” alle mani per forza centrifuga per poi venire trasferita in acqua come è conveniente che sia ai fini della efficacia della passata successiva. Se invece il recupero avvenisse per trascinamento invece che per inerzia,o se venisse disturbato da azioni quali un rallentamento forzato durante la fase aerea,per esempio l’errore di rallentare prima dell’ingresso per non fare schizzi,o al contrario una accelerazione a carico dei muscoli delle spalle,allora l’inerzia si interromperebbe e il carico inerziale si disperderebbe “rotolando” (idealmente) lungo il corpo appesantendo le gambe e il bacino mettendoci praticamente in piedi. In più ne verrebbe compromessa l’efficacia della presa per i motivi di cui sopra.

Quindi riepilogando l’azione di braccia deve avere le seguenti caratteristiche: continuità, presa e trazione in accelerazione, spinta intraruotata, per fuori e fin dietro al sedere, spinta e recupero in un unico movimento, recupero basso largo e rilassato, ingresso in acqua rapido e senza forzature o rallentamenti

La maggior parte di questi punti hanno un fondamento energetico. Il recupero a braccia distese e la spinta a mano intraruotata però sono necessari anche per salvaguardare l’integrità fisica.
recuperare a braccia piegate mette in crisi le vertebre lombari; spingere a mano extraruotata (invece che intra) determina uno sfregamento del capo lungo del bicipite sulla testa dell’Omero che alla lunga può generare lassità della spalla.

Punto quarto

La frustata delle gambe in ingresso delle braccia è propulsiva.
Dicevo sopra che la peculiarità della spinta simultanea determina uno spostamento del peso verso dietro che nel successivo momento della fuoriuscita delle braccia causa un affondamento del bacino.
Oltre a questo la simultaneità del recupero allontana la distanza tra due momenti propulsivi,e questo unito all’affondamento del bacino determina un più rapido decadimento della velocità di spostamento,con conseguente aggravio energetico sulla base della legge quadratica. Come contromisura è necessario collocare una frustata di gambe nel momento immediatamente successivo al ritorno delle braccia in acqua per risollevare il bacino e per limitare il decadimento della velocità.

Il momento migliore per assestare la frustata è quando il peso del corpo è completamente spostato in avanti,cioè il momento immediatamente successivo al ritorno delle braccia in acqua.
In questo modo viene massimamente esaltato lo spostamento del baricentro della nuotata in avanti,il che massimizza l’alleggerimento di gambe e bacino consentendo un più facile e rapido riallineamento del corpo. Oltre a ciò viene massimizzato anche l’effetto della frustata,che essendo collocata in un momento privo di altri sistemi propulsivi è di fatto propulsiva a sua volta e la sua esaltazione mediante utilizzo del trasferimento del carico migliora l’efficacia del contenimento della perdita di velocità nell’attesa della successiva trazione.

Una sicronia inadeguata o assente della prima frustata propulsiva è un errore che determina un enorme peggioramento del bilancio energetico della nuotata.

Punto quinto

La dinamica ciclica del peso deve essere assecondata senza esaltazioni nè limitazioni.
Da quanto spiegato sopra è evidente che l’azione delle braccia determina da un lato una dinamica ciclica verticale del bacino,e dall’altro la migrazione ciclica del baricentro sul piano orizzontale da avanti a dietro e viceversa; ed entrambi questi aspetti sono in relazione reciproca tra di loro. Questa cosa ha conseguenze enormi sulla nuotata.

L’alternanza ritmica di questo abbassarsi e sollevarsi del bacino determina un moto ondoso proprio all’altezza di gambe e bacino,che genera un differenziale di pressione che rendendo l’acqua più “dura” regala maggiore efficacia alle forze ivi applicate,siano braccia o gambe. Invece i trasferimenti di carico avanti e dietro agevolano il recupero e migliorano l’efficacia propulsiva della passata. perché ricordando quello che abbiamo visto sopra,ai fini dell’efficacia propulsiva è importante che il carico venga collocato al posto giusto al momento giusto,sul davanti nell’ingresso e dietro nella spinta con il carico che ruota con le braccia e il trasferimento di carico che avviene in modo alternato. Cioè il peso del corpo piomba tutto sul davanti quando le braccia entrano in acqua,alleggerendo la parte bassa che più facilmente si solleverà o eviterà di affondare, e si colloca tutto indietro nel momento della spinta in modo da creare una base solida alla spinta stessa.
A questo aggiungiamo l’alternanza ciclica della postura del bacino che abbiamo appena considerato. Il quadro generale dell’azione produce quindi una variazione ciclica degli assetti che crea l’illusione di un movimento ondulatorio molto più marcato di quello che è in realtà. Ma che sopratutto è solo un effetto della nuotata e non la causa che la genera.

A questo proposito esistono due particolari scuole di pensiero, la prima e più antica dice appunto che il movimento ondulatorio è la caratteristica primaria del delfino,che è più propulsivo della bracciata e contestualmente rappresenta il primo mattone propulsivo della nuotata da ricercare apposta.
La seconda più recente sostiene il contrario e che le oscillazioni compromettono l’efficacia della nuotata e vanno evitate a tutti i costi. Entrambe le teorie sono in antitesi con le considerazioni di cui sopra perché non considerano l’importanza della collocazione e della dinamica dei pesi negli equilibri della nuotata. Il dondolio è un effetto,non una causa da ricercare apposta,quello che conta è consentire all’azione di assecondare gli spostamenti del peso in modo da favorire gli equilibri e l’efficacia propulsiva. Quindi dondolare apposta è sbagliato tanto quanto è sbagliato cercare artificiosamente di non dondolare.

Vediamo perché. Se il nostro allievo si mette a dondolare apposta andando su e giù con la testa,allora per prima cosa il moto ondoso invece che all’altezza del bacino si collocherà all’altezza del blocco spalle e testa e invece che un appoggio di cui giovarsi diventerà un problema attraverso il quale dovrà passare tutto il corpo aumentando a dismisura le resistenza all’avanzamento;
resistenze peggiorate dall’inevitabile totale affondamento del blocco testa e spalle,che collocherà le mani in un punto più elevato rispetto alle spalle facendo affondare a dismisura il bacino, dopodichè le braccia dovranno lavorare per sollevare il corpo in fuori invece che per andare in avanti,in più il trasferimento di carico alla base dell’efficacia propulsiva sarà compromesso e si farà solo una gran fatica senza muoversi. Al contrario se il nostro allievo seguendo la teoria opposta del delfino diritto a tutti i costi cercherà forzosamente di non dondolare manco un poco,anche in questo caso il trasferimento di carico sarà impedito dai suoi stessi tentativi di tenerlo fermo e la tecnica sarà gravata da una elevata inefficacia propulsiva.

La scelta più efficace da un punto di vista della resa, è quella di lasciare invece il peso libero di migrare senza forzature in un senso o nell’altro, in modo che ne venga esaltata la primaria funzione propulsiva delle braccia.

Punto sesto

La respirazione ha tre regole.
La prima regola è che la testa precede sempre le braccia, vale a dire che anche se di poco, prima esce la faccia e poi le braccia e in seguito prima entra la faccia e poi le braccia.
Perché?
La scelta è obbligata: farlo durante il recupero vorrebbe dire andare a fondo,farlo nella prima parte della passata vorrebbe dire disturbarla,quindi il momento migliore è respirare appena prima che le braccia escano,nel momento in cui il disturbo alla spinta è minimo e in modo da non coincidere del tutto con l’uscita delle braccia,per non fare coincidere l’effetto negativo di due momenti entrambi critici per la postura del bacino.

La seconda regola è che pur essendo migliore la respirazione ritardata di cui sopra,però non esiste un unico momento preciso e corretto per respirare ma un range.
La respirazione è corretta da un punto di vista energetico se viene collocata non prima che le braccia durante la passata abbiano raggiunto la perpendicolare del corpo,e non dopo che le braccia siano uscite dall’acqua (nel rispetto della prima regola).
La respirazione ritardata,ossia molto vicina all’uscita di braccia è la migliore,però è anche la più difficile da eseguire,l’importante è non respirare prima del punto dei 90 gradi.

Terza regola,il peso della testa durante la respirazione deve sempre essere sostenuto dall’acqua.
Perché?
Mi pare chiaro,il vettore di spinta verso il basso disturberebbe la rotta nel senso di marcia. Quindi NON occorre uscire fino all’ombelico come se l’aria dovesse entrare da li,anzi è nocivo,ed è sufficiente ruotare la faccia avanti e respirare con il mento che,come diciamo in gergo,”ara l’acqua”.
Queste tre regole possono venire soddisfatte anche con la respirazione laterale,che dunque pur essendo meglio eseguire quella frontale,resta però una tecnica valida di nuotata a disposizione di chi per caratteristiche personali faccia fatica a respirare correttamente in modo frontale.

Punto settimo

Frustata continua e distesa.
La frustata, pure quella, è CONTINUA. Vale a dire NON che le gambe devono sparare centinaia di colpi in successione,bensì che una volta sparato il calcio in basso poi le gambe devono subito rimbalzare verso alto per recuperare l’assetto e preparare il calcio successivo. La frustata avviene appunto come un frusta,con il tronco che rappresenta il manico,fermo,e addome e gambe che rapresentano lo scudiscio. La frustata deve avvenire a carico dei muscoli del tronco,precisamente quelli posteriori nella preparazione e gli addominali nell’esecuzione,la quale deve avvenire verso il BASSO (non verso dietro) facendo in modo che i piedi affondino più del ginocchio in modo che la pressione di spinta in giù si scontri con “il mio amico Archimede” e produca un “effetto saponetta” verso avanti.

Quindi scordiamoci le gambe piegate sulle cosce a novanta gradi che tra l’altro farebbero uscire i piedi con effetti pessimi sul bacino (la flessione per la frustata è il secondo momento critico per il bacino) per dare una mostruosa spinta indietro che di fatto sarebbe inutile.
perché è noto che i delfini veri, i mammiferi marini,raggiungono la punta massima di velocità NON quando dondolano con larghi e pesanti colpi di coda,bensì quando eseguono battute di coda molto rapire e strette procedendo in linea retta a pancia in su.

Punto ottavo

La seconda gambata.
E’ molto utile, ma spesso non è strettamente necessaria. Abbiamo visto che la prima frustata è tecnicamente obbligatoria e va collocata in ingresso di braccia;che si chiama propulsiva solo perché in quel momento risulta l’unica azione propulsiva visto che le braccia provengono da un recupero aereo e non stanno producendo spinta,e serve primariamente a rallentare il decadimento inerziale della velocità di spostamento determinato appunto dal fatto che le braccia erano fuori dall’acqua. Che è eseguita a dovere solo se viene collocata in modo da esaltare al massimo l’effetto del trasferimento del peso in avanti dalle braccia all’acqua,quindi appena dopo l’ingresso delle braccia. In più,se si commette l’errore di cercare di impedire il benchè minimo dondolio,ne verrà penalizzato il trasferimento del peso sul davanti e la frustata avrà effetto quasi nullo; di solito è il motivo per cui alcuni suggeriscono erroneamente che la gambata più efficace sia la seconda invece che la prima.

La seconda gambata invece è chiamata di sostegno perché la sua finalità primaria è quella di contrastare l’affondamento del bacino conseguente alla imminente uscita delle braccia o alla respirazione (terzo momento critico).

Non è strettamente necessaria e dipende molto da come intensità e frequenze influiscono sui personali equilibri dell’atleta, e capita che chi fa le distanze la esegua in modo leggero se non nullo.
Va eseguita durante la fase finale della spinta e in modo che sia equidistante da un punto di vista temporale dalle frustate propulsive di ingresso braccia precedente e successivo, avendo cura che la flessione preparatoria non coincida col momento della respirazione per non sovrapporre due momenti critici.
E’ solitamente ma non necessariamente più potente e profonda della prima a causa della particolarità della postura di tronco e braccia,ma non è altrettanto propulsiva perché va a sovrapporsi ma non ad aggiungersi al momento di spinta di braccia.

Questo è il motivo per cui alcuni hanno l’impressione erronea che sia propulsiva più della prima frustata in ingresso braccia. La sue esecuzione pur essendo sempre a carico dell’addome è però molto differente dalla prima frustata,a causa della diversa postura del tronco e della posizione delle braccia.

Queste sono le regole primarie che una tecnica di nuotata deve seguire per poter essere definita efficace a delfino. E’ ovvio che non è tutto qui,ci sono tante altre considerazioni che consentono di scavare più a fondo nel dettaglio di tanti singoli aspetti per selezionare la migliore tra le diverse opzioni possibili. Ma questa è la base da cui partire per poter stabilire la correttezza o meno delle diverse soluzioni tecniche.

Poi però per nuotare un buono stile spesso non è sufficiente conoscerne i fondamenti o avere un bravo istruttore. Ci vuole qualcos’altro, una serie di requisiti, la cui mancanza impedisce una corretta esecuzione,e che in particolare nel delfino è la causa primaria dei fallimenti.

Requisito uno

Di ordine antropometrico, il fenotipo dell’articolazione Acromion-omerale che può essere di tre tipi: aperta, chiusa o a uncino.
La maggior parte l’ha aperta oppure chiusa,il primo caso consente una libertà articolare massima,il secondo qualcosa di meno e la biomeccanica corretta della bracciata a delfino,cioè braccia larghe DIRITTE e basse con mano intraruotata potranno impararla con un pò di sforzo, se invece è ad uncino potete lasciare stare che le braccia fatte come si deve non verranno mai e insistere genererà solo frustrazione al vostro allievo.

Requisito due

Efficienza articolare. Diverso dal requisito di cui sopra ,perché dipende dalla situazione non della struttura della articolazione bensì dalla dotazione di tendini e muscoli,che se sono elastici forti e lunghi allora l’azione di braccia viene facilmente,se invece è deficitaria allora finchè non si fa un pò di posturale o di stretching possibilmente in palestra,eseguire la bracciata biomeccanicamente corretta sarà sempre un grosso problema

Requisito tre

Flessibilità dei muscoli del tronco. Se manca questo requisito potete scordarvi di fare frustate corrette e dovrete sempre ricorrere al piega la gamba e spara per dietro,con pesanti conseguenze sulla nuotata. Se il vostro allievo pecca in questo requisito,occorre costruirlo in palestra oppure con esercizi mirati in acqua,uno su tutti la delfinizzazione (frustate a delfino con braccia in basso dondolando pure la testa) altrimenti detta sirenetta o la foca o altro che invece in altri frangenti è perniciosa perché induce quella brutta ondulazione volontaria di cui ho parlato sopra.

Requisito quattro

Di ordine metabolico,un pò di forza è necessaria per innescare il lancio in fuori delle braccia e il viaggio del peso dietro e avanti e viceversa,

Requisito cinque

Di ordine tecnico coordinativo,vale a dire che dovete avere completato la trafila scolastica del nuoto,cioè i livelli di ambientamento che vi conferiscono tutta una serie di capacità che vanno dalla coordinazione alla sensibilità. Non è che entri in acqua e impari a delfino prima di galleggiare.

Un video del delfino

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